Visita la Homepage di tutti i blog

Visita la Homepage di tutti i blog
segui anche la pagina FB

giovedì 24 marzo 2016

Le multinazionali e lo sfruttamento minorile: dalla Benetton alla Coca Cola, dalla Apple alla Mattel, aziende che guadagnano sulla morte e sulla sofferenza dei bambini

di Lapenna Daniele

#lavoro #lavorominorile #sfruttamento #dirittiumani #multinazionali #bambini #onu #apple #cocacola #benetton #adidas #mattel#samsung #canon #sony #nestlé


Se vi dico Iqbal Masih, cosa vi viene in mente? Niente? Ad ascoltare la sua storia, non può rimanere sconosciuto, o almeno non lo è stato per niente nella prima metà degli anni '90,
Gli sono state intitolate strade, hanno scritto libri su di lui, sono stati girati dei film sulla sua vita, sono sorti parchi giochi, asili e scuole con il suo nome. La vita di Iqbal è davvero straordinaria ed emblematica, una grande testimonianza di uno sfruttamento ignobile che è avvenuto e che ancora oggi avviene in ogni parte del mondo: quello sui bambini lavoratori.

INCATENATO E SFRUTTATO A QUATTRO ANNI
Iqbal Masih nasce in Pakistan nel 1983.
Il bambino viene venduto dalla sua famiglia poverissima in cambio di una manciata di rupie, a soli 4 anni, a un fabbricante di tappeti pakistano. Viene incatenato al suo telaio per oltre 12 ore al giorno: la mafia dei tappeti sa bene che le piccole e agili dita dei bambini intrecciano i fili con destrezza e velocità.
La sua schiavitù di bambino maltrattato e picchiato sarebbe rimasta nascosta per sempre, come quella dei tanti bambini che in Pakistan vengono sfruttati per la lavorazione dei tappeti, ma il destino ha deciso diversamente: nel giorno della celebrazione della giornata della libertà, uscito di nascosto insieme ad altri bambini, ascolta per la prima volta parole nuove, come lavoratori sfruttati, diritti negati. Iqbal è soltanto un bambino, non capisce tutto quello che ascolta, ma si riconosce in quello che sente a proposito dei bambini sfruttati nell’industria dei tappeti e decide di parlare di sé, della sua infanzia negata: le sue parole improvvisate e spontanee verranno pubblicate dai giornali locali.
Nasce così il caso Iqbal, che rifiuta di tornare dal suo padrone e prende coscienza dell’ingiustizia e delle sopraffazioni di cui sono vittime i tanti bambini sfruttati come lui. Grazie all’aiuto di un sindacalista, decide di spendere la sua vita per difendere i diritti dei bambini. La sua immagine, quella di un fanciullo di 12 anni che ne dimostra appena 6, il piccolo corpo mai cresciuto per i lunghi anni trascorsi incatenato ad un telaio, fanno il giro del mondo, sui teleschermi di tutti i Paesi.
Morì a 12 anni, coinvolto in una sparatoria. Forse fu messo a tacere per aver esposto un problema importante nel suo Paese, e per aver messo il bastone fra le ruote a coloro che guadagnavano proprio e solo grazie al lavoro dei bambini.
Egli diceva :”Da grande voglio fare l’avvocato e lottare perché i bambini non lavorino troppo”.


DAI PICCOLI SFRUTTATORI, ALLE MULTINAZIONALI

Il problema del lavoro e dello sfruttamento minorile è globale, e ce lo dice il gran numero di bambini e di adolescenti che intrecciano i tappeti indiani e pakistani, i raccoglitori di canna da zucchero in Brasile; quelli di tabacco nel Kazakistan; i baby cercatori d’oro delle miniere del Senegal, dove lavorano solo bambini–schiavi.
Si stima che nelle zone rurali della Costa d’Avorio, il maggior produttore al mondo di cacao, lavorano 4 bambini su 5; ogni anno dalle fabbriche del Pakistan, della Cina e dell’India escono 70 milioni
di palloni di cuoio cuciti dalle piccole e agili dita dei bambini, impiegati per ore e ore in cambio di pochi spiccioli.

Sono i Paesi in cui le grandi multinazionali delocalizzano la produzione proprio per il basso costo della manodopera in generale e di quella infantile in particolare. La maggior parte delle multinazionali occidentali lo fanno per affrontare le sfide del mercato globale, altre solo per incrementare i loro profitti, delocalizzano ormai da tempo le loro fabbriche nei Paesi in via di sviluppo in cui vengono spesso impiegati dei minori, con costi davvero ridotti al minimo.
Pertanto è davvero ipocrita stigmatizzare il fenomeno del lavoro minorile nei Paesi lontani dell’Asia dell’Africa e dell’America Latina, in quanto vi contribuiscono certamente diverse grandi aziende americane, europee, italiane: un lavoro nascosto, dato che in quasi tutti questi Paesi le leggi vietano il lavoro minorile e quindi creano sedi nelle nazioni dove sfruttare bambini è più facile.
Sono le Associazioni per i Diritti dell’infanzia che a volte riescono a smascherare lo sfruttamento dei bambini costretti a forme di lavoro massacranti, oppure sono gli eventi tragici a darne risalto.

LO SFRUTTAMENTO DEI BAMBINI: LA BENETTON
Prendiamo ad esempio la tragedia della fabbrica Rana Plaza sita a 30 km da Dhaka, in Bangladesh.  Il 24 aprile 2013 l'edificio, in stato fatisciente, crollò,causando la morte di oltre 620 operai, 2000 feriti e molti dispersi. Questi lavoravano per i grandi marchi della moda internazionale, e tra questi fu detto che era coinvolta anche l'italiana Benetton.
I dirigenti smentirono, ma mal per loro, fra le macerie furono fotografati documenti e abiti con il marchio verde.
L'edificio Rana Plaza ospitava 5 fabbriche di abbigliamento dove migliaia di operai ogni giorno lavoravano stipati in condizioni disumane: 12 ore al giorno per 30 dollari ( circa 40 euro ) al mese.
Loro stessi avevano denunciato le preoccupanti crepe all'interno dell'edificio, ma gli era stato intimato dai datori di lavoro di restare nella fabbrica.
Mentre quegli sono ormai morti da sei anni, altri lavoratori creano i capi Benetton e di altre grandi marche mondiali, mentre altre persone li acquistano ogni giorno pagandoli parecchie decine o centinaia di euro.


Il grave, poi, è che la Benetton, come altri grandi marchi come Nike o Adidas, mostrano nelle pubblicità immagini forti e provocatorie con richiami all’etica e alla fratellanza tra i popoli, a bianchi e neri che si stringono le mani, con slogan di altruismo e rispetto per ogni individuo. Persino dei bambini. Nonostanti siano coinvolti nella produzione dei loro capi d'abbigliamento.Capite come ci prendono per il culo?

L'azienda veneta ad esempio ottiene gran parte dei suoi prodotti da terzisti localizzati in Cina, in Argentina, in India, Lituania o Turchia, “Paesi che ostacolano fortemente le libertà sindacali”. La Benetton è stata accusata in un’inchiesta del Corriere della Sera dell’ottobre del 1998, inchiesta suffragata da foto, nomi e cognomi, di  produrre dei capi di abbigliamento col suo marchio  in  due fabbriche  terziste  turche,  che  impiegavano  manodopera  infantile.  Che  significa fabbriche terziste?
È questo un trucco, una sorta di “gioco delle tre carte”, solo che  si tratta di un tragico gioco, sulla pelle dei bambini: in pratica le multinazionali affidano il contratto di fornitura non direttamente alle fabbriche produttrici dislocate altrove, bensì ad un licenziatario che poi lo affida appunto alle fabbriche “terziste”, dove vengono materialmente prodotti i vari manufatti.

In seguito al processo nato dall’accusa di diffamazione della Benetton nei confronti del Corriere della Sera,  la sentenza del Tribunale di Milano,  ha accertato “l’utilizzo, nelle aziende subfornitrici del licenziatario turco di Benetton, di lavoratori – bambini....circostanza risultata sostanzialmente provata”.  Allora, bisogna almeno avere il coraggio di dire che, anche se  il processo della delocalizzazione delle grandi industrie appare necessario per un mondo  globalizzato, proprio lo sfruttamento dei bambini e degli adolescenti è la faccia sporca di questo spostamento delle grandi aziende dai Paesi industrializzati e ricchi ai Paesi poveri, dove i diritti umani vengono sistematicamente violati

PRIMA L'AZIENDA, POI LE PERSONE

Possiamo menzionare anche la Coca Cola, il colosso americano, o la Apple, la casa madre degli iPod, iPad e  iPhone, nelle cui fabbriche dislocate in Cina sono stati trovati nel 2010 ben 91 bambini lavoratori. Oppure della Mc Donald’s, della Nike, che produce articoli sportivi, o ancora della Timberland, la celebre marca di calzature americane: da un articolo apparso su Repubblica il 19/05/2005, a firma di Federico Rampini, che è stato per anni corrispondente di Repubblica da Pechino, apprendiamo che per confezionare un paio di scarpe Timberland, vendute nei nostri negozi a 150 euro,  nella città di Zhongshan, in Cina,  un minore di 14 anni percepisce un salario di 45 centesimi di euro. Il lavoro è di 16 ore al giorno, il suo letto è nella fabbrica, non ha  assicurazione né ferie.

I bambini giocano anche con i giocattoli: se prendete ognuno di questi, leggete il marchio della Disney ma anche Made in Cina. Già, sono tutti fabbricati in Cina,  non solo da lavoratori sfruttati fino allo stremo, ma anche da baby lavoratori. La stessa cosa avviene per la Mattel, la più grande produttrice di giocattoli, tra cui la famosissima Barbie: ebbene, nella Mattel vengono impiegati bambini e adolescenti sotto i 14 anni, sottoposti a turni di lavoro pesantissimi, in locali scarsamente aerati, malsani, in cui si impiegano sostanze chimiche velenose.
Questi dati sono stati accertati grazie ad un’inchiesta condotta sotto copertura con l’aiuto della Sacom, un’organizzazione che si batte per la difesa dei diritti umani, la stessa che ha denunciato gli abusi sui minori perpetrati  dalla Apple in Cina. Eppure la Cina ha messo al bando in teoria il lavoro minorile, che viene invece sistematicamente praticato. 

Spesso i lavoratori adulti non ce la fanno più, e si ribellano. Nel febbraio scorso in India ad esempio, i contadini di Nuova Delhi tranciarono i condotti che fornivano acqua ad una sede della Coca Cola la quale stava prosciugando le falde acquifere per la propria produzione di Cola, oltre che inquinare con liquami velenosi le zone di terra dove vivevano le popolazioni rurali. I contadini rimasero senz'acqua per irrigare i loro terreni e abbeverare gli animali (spesso l'acqua piovana non è sufficiente) e una protesta protratta per anni, alla fine ha portato ad una vittoria: la chiusura di un'altro stabilimento della Coca Cola presente lì da più di quindici anni (qui la notizia "India: la Coca Cola prosciuga e inquina falde acquifere: i contadini ottengono un' incredibile vittoria").Purtroppo però molti soccombono, in totale anonimato, ed in mezzo ci sono sempre le multinazionali  ("Cina: operaio muore sul posto di lavoro a 14 anni. Il ragazzino lavorava per un'azienda che produce per Samsung, Canon e Sony ").  
Bambini tra 5 e 15 anni lavorano sottopagati se non gratuitamente, in condizioni pessime: vengono maltrattati e tenuti rinchiusi in baracche, spesso malnutriti. Per cosa? Per raccogliere semi di cacao.
Il fenomeno riguarda numerosi paesi dell’Africa occidentale, tra i principali produttori di cacao del mondo (il 70% della produzione mondiale di cacao è coltivato qui): Costa d’Avorio, Mali, Benin, Togo, Ghana, Nigeria, Camerun, Burkina Faso. I bambini lavoratori sono spesso esposti a condizioni estremamente dannose per la loro salute fisica e mentale, come afferma l’International Labor Rights Forum, una ONG statunitense. La Nestlé, una delle maggiori aziende alimentari del mondo, nel 2005 è stata denunciata dall’International Labor Rights Fund e dalla Global Exchange per l’uso di manodopera ridotta in schiavitù. La multinazionale ha respinto le accuse sostenendo che è contro i principi dell'azienda ("I bambini che raccolgono per noi il cacao").

ABITI, COTONE, TAPPETI, PALLONI E TECNOLOGIA AVANZATA
Sono i prodotti di tecnologia e largo consumo quelli con la cui produzione per l'esportazione di Paesi come Thailandia, Cina, Indonesia e India stanno tentando la scalata dello sviluppo industriale. Di mezzo ci sono le multinazionali che in genere appaltano il lavoro a ditte locali, le quali a loro volta lo subappaltano a ditte più piccole. In questo "giro" si annida il lavoro dei bambini, difficilissimo da scovare.
In Indonesia il lavoro minorile è legalizzato (ma solo per 4 ore al giorno) e le piccole tute blu dell'industria manifatturiera sono almeno 300.000. Per salari bassissimi bambini e bambine lavoratori di 10-12 anni, assunti al posto dei genitori, vivono lontano dalle famiglie, poverissime e rurali.

Un milione di bambini tessono tappeti su decine di migliaia di telai sparsi fra il Pakistan, l'India e il Nepal. Antiche ditte di esportazione si rivolgono a intermediari locali che a loro volta girano l'ordine ai proprietari di telai. Questi affidano il compito a tessitori che producono con l'aiuto di salariati, spesso bambini: preferiti non solo per via delle piccole dita molto adatte al lavoro, ma anche perché gli adulti non sono disposti a farsi sfruttare proprio fino all'osso. Non di rado i piccoli tessitori sono "ostaggi", perché schiavi per debiti.
L’India ed il Pakistan sono, poi, tra i produttori principali di articoli sportivi: secondo un recente studio dell’associazione "Indian Committee for the Netherlands", migliaia di bambini in Pakistan e India sono sfruttati nella produzione di palloni. In particolare, il problema riguarda la regione di Sialkot in Pakistan, dove si concentra l'80% della produzione, e nel Punjab indiano, dove vi sono bambini di meno di 10 anni che cuciono palloni in condizioni proibitive. La gran parte di questi bambini è costretta a lavorare per aiutare le famiglie a sopravvivere. Talvolta essi aiutano la famiglia a cucire a cottimo per poche rupie, oppure sono direttamente impiegati in laboratori semiclandestini nei villaggi. Mentre aiutano le famiglie, i bambini perdono le opportunità educative essenziali, creando un circolo vizioso di povertà ed analfabetismo.
Nel 1998 la FIFA ha adottato un codice di condotta per proibire lo sfruttamento del lavoro minorile e per richiedere condizioni lavorative adeguate per i lavoratori adulti impiegati nella fabbricazione di tutti i prodotti a marchio FIFA. Tuttavia, i fatti evidenziano che ci sono continue violazioni di suddette condizioni da parte dei produttori degli articoli sportivi: in India, ad esempio, anche se esiste un sistema di monitoraggio delle imprese, manca trasparenza e non ci sono informazioni pubbliche sul suo funzionamento e sui risultati. Inoltre, in altri Paesi dove si producono palloni ed articoli sportivi, come in Cina, non esiste un sistema di monitoraggio credibile.

IN OGNI PARTE DEL MONDO

Secondo le più recenti stime dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro - contenute in "A future without child labour", il Rapporto Globale elaborato sull’applicazione della Dichiarazione dei principi fondamentali e dei diritti del lavoro - nel mondo ci sono circa 246 milioni di minori sfruttati: essi si concentrano per lo più in Asia (il 60%), Africa (il 29%) e America Latina (l’8%), ma bambini lavoratori si trovano anche nei paesi ad economia in via di transizione e in quelli industrializzati (in entrambi i casi si tratta dell’1%).


ASIA
L'Asia è il continente dove il lavoro infantile non solo è numericamente maggiore, ma rappresenta un vero e proprio modello produttivo. Senza considerare il lavoro agricolo svolto dai bambini nell'ambito di un'economia familiare di sussistenza, i bambini asiatici si dedicano a ogni tipo di produzione, in genere nel settore cosiddetto informale, cioè del lavoro nero e di subappalto: piantagioni, concerie, cave, miniere, laboratori tessili e di giocattoli, fornaci, edilizia, commercio, lavoro domestico e selezione dei rifiuti. Contribuisce non poco a questo fenomeno la delocalizzazione operata dalle multinazionali occidentali in vari settori produttivi, in particolare nel settore tessile.

AFRICA
In Africa lavora un bambino su tre, prevalentemente nell'agricoltura familiare, nell'approvvigionamento di beni essenziali e nel piccolissimo commercio. Il degrado dell'economia - con l'aumento del debito estero, la caduta dei prezzi dei prodotti di base e la riduzione delle spese sociali - ha favorito il lavoro infantile nel settore informale.
L'Africa è tristemente famosa per i bambini soldato: la Coalizione "Stop all'uso dei bambini soldato", stima che più di 120.000 bambini siano attualmente coinvolti nei conflitti armati che colpiscono il continente: molti di questi non hanno più di 7 o 8 anni.

AMERICA LATINA
In America Latina lavora il 17% dei bambini al di sotto dei 15 anni e non pochi di loro sono anche ragazzi di strada. In agricoltura - per l'autoconsumo o nelle piantagioni - ma anche nelle miniere e nelle fabbriche d'abbigliamento delle zone franche, le cosiddette maquiladoras, del Centroamerica.

Un caso anche più paradossale è il ricco e non molto popolato Brasile: esempio di come si può essere l'ottava potenza del mondo, avere un reddito medio pro capite di 4.951 dollari, un serbatoio immenso di risorse e... 34 milioni di poveri.
Quel grande Paese è un "principe" delle ingiustizie sociali: ricchissimo di terra e risorse, condanna milioni di famiglie a non avere nemmeno un pezzetto di terra, mentre 50mila proprietari hanno più di 1.000 ettari a testa e 30 milioni di ettari sono posseduti da società multinazionali. Il 2% degli abitanti controllano il 60% delle terre e i braccianti lavorano per dieci ore al giorno per sette giorni la settimana.
In 30 anni l'ingiustizia nelle campagne ha spinto quasi 30 milioni di braccianti senzaterra a spostarsi nelle città, dove sopravvivono a stento.Solo il 32% dei brasiliani mangia a sufficienza e l'analfabetismo rurale supera il 40%. Così il Brasile ha non solo milioni di bambini di strada, ma, secondo l'Istituto brasiliano di geostatistica (IBGE), nelle dieci principali città vede lavorare il 35% dei bambini fra 5 e 9 anni membri di famiglie con reddito inferiore al minimo. Teatro sono le strade, o negozi, o piccoli e medi laboratori industriali.

Nelle zone rurali faticano milioni di bambini e ragazzi al di sotto dei 17 anni. La Confederazione dei lavoratori agricoli (Contag) ha denunciato, inoltre, dal 1994, l'esistenza di decine di migliaia di bambini schiavi per debiti familiari. Una parte di questi lavora con la famiglia nelle terribili fabbriche di carbonella del Carajas. Chi scappa prima di aver pagato un debito - che peraltro non si estingue mai - viene ucciso. 

Nel campo dell'agricoltura, bambini braccianti lavorano nelle piantagioni di canna da zucchero, caffè, agrumi, sisal, cotone, cacao, soja, tabacco, frutta e cereali. Ed ecco le miniere con babylavoratori: sale, carbone, stagno, cave, oro. E le industrie: calzature, abbigliamento, officine meccaniche. Si calcola poi che nella sola Rio de Janeiro 3mila bambini fra i 9 e i 15 anni siano coinvolti nel narcotraffico.


Nelle cave raramente ci sono limiti alla durata della giornata lavorativa, ed i regolamenti sulla sicurezza e sulla salute, ove esistono, sono a malapena applicati. I bambini lavorano senza addestramento, protezione e abiti adeguati, fino a 12 ore al giorno, con pause di appena 30-60 minuti; non è raro che alcuni di essi muoiano a causa di esplosioni o crolli, e costante è la minaccia di malattie respiratorie e di avvelenamento da gas o polvere.
Per fare qualche esempio concreto della vita di questi piccoli minatori, si pensi che in Africa bambini di 8 o 9 nove anni scendono fino a 30 metri di profondità nel suolo e trascorrono 7 od 8 ore al giorno scavando tra stretti passaggi senza ventilazione o sufficiente illuminazione, e con frequenti crolli della roccia.
Nelle miniere di gemme della Tanzania, spesso i ragazzini si nascondono nei tunnel delle miniere durante le esplosioni per essere i primi a trovare le gemme: i "bonus" che ricevono per queste scoperte rappresentano la loro unica speranza di ricevere la paga. Lo stesso avviene, ad esempio, in Guatemala. In Colombia, poi, i bambini rischiano di entrare nel mondo dell’estrazione dell’oro, degli smeraldi, del carbone e dell’argilla fin dai 5 anni, ed il loro coinvolgimento cresce quando ne compiono appena 7. Nonostante la quantità di ore lavorative sostenute (dalle 14 alle 27 ore settimanali), il 60 % di questi bambini non è retribuito.

LA COLPA È LA TUA


Qualcuno di voi dirà: ed io cosa ci posso fare? Acquistare i capi di queste aziende significa proseguire lo sfruttamento di persone che vivono in altre parti del mondo
Quando prendi un capo di marca e dietro leggi "Made in Taiwan" anche se l'azienda è Statunitense, quando prendi un paio di scarpe e leggi "Made in India" anche se è tedesca, quando prendi una maglietta e leggi "Made in Bangladesh" anche se l'azienda è italiana, significa che quei capi sono pieni di dolore, di sangue, e anche di sfruttamento minorile.
Dobbiamo boicottarle? Dovremmo evitare di tutto, visto che ogni azienda ha sedi all'estero e la produzione avviene in quelle nazioni. Vi è mai capitato di trovare delle sottomaglie a 1 euro con la dicitura Made in India? A me sì. La prima domanda che mi son fatto è stata: «ma, per costare 1 euro quanto sono stati pagati i lavoratori?».
Quando mangiamo qualcosa, quando vestiamo un abito, quando tiriamo il calcio ad un pallone, dobbiamo ritenerci fortunati, perché noi abbiamo acquistato quella roba senza alcuna fatica, mentre quella roba è stata prodotta da fatica, da un salario minimo e da uno sfruttamento che noi stessi non accetteremmo forse mai in vita nostra.
Smettiamo di credere alle pubblicità e agli slogan delle grandi multinazionali, perché loro sono sempre puliti, danno da mangiare alle persona dei paesi industrializzati, e quindi sono bravi, giusti, utili.
Probabilmente alla fine della lettura di quest' articolo non ti cambierà ninete nella vita, così come non cambierà nulla nella vita di un lavoratore sfruttato del mondo, ma saprai cose in più, potrai sapere cose in più informandoti, e forse potrai con un piccolo gesto non contribuire al loro sfruttamento.

La dimostrazione che una goccia in una parte del mondo può causare uno tsunami dall'altro capo del Pianeta.
La colpa è anche la tua, anche la mia, è di tutti.

Può interessarti 
"Violenze ai popoli indigeni dei pigmei operate dalle squadre antibracconaggio finanziate dal WWF"

fonti
http://www.greenme.it/vivere/lavoro-e-ufficio/7552-6-multinazionali-coinvolte-nello-schiavismo-e-nello-sfruttamento-del-lavoro-minorile
http://www.lastampa.it/2013/12/11/scienza/ambiente/inchiesta/i-mila-bimbi-schiavi-che-colgono-per-noi-il-cacao-cFeDJ9WHuPQvAEMbxaTK8J/pagina.html

Nessun commento:

Posta un commento

Scrivi la tua opinione, ma sempre nel rispetto di tutti

►Per visualizzare gli ultimi post, cliccate su "Carica altro..."
►Per proseguire nella lettura dei post precedenti, clicca su "Post più vecchi"

► Per rimanere aggiornato sui nuovi commenti in risposta al vostro, cliccate su
"inviami notifiche". I nuovi commenti arriveranno direttamente alla vosta mail.
Potrete cancellare l'iscrizione con un click alla mail che riceverete (su annulla iscrizione).
L'iscrizione (ovviamente) è gratuita.

► Mi scuso per aver riattivato, ancora una volta, la MODERAZIONE COMMENTI, ma purtroppo ci sono aziende che pagano utenti per riempire i post dei blog con decine e decine di commenti spam ogni giorno.
Il vostro commento, se non è spam pubblicitario, sarà SEMPRE pubblicato.
Grazie